L’arte effimera che diventa memoria: il "Tappeto di segatura" di Capaccio Capoluogo
- Redazione
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A cura di Antonio Quaglia
Un rito che si rinnova ogni anno tra segatura colorata, memoria familiare e spiritualità francescana.

Il tempo sospeso della Settimana Santa
Nel cuore della Campania più autentica, Capaccio Capoluogo custodisce una tradizione che parla al tempo lento delle radici. Ogni Giovedì Santo, mentre la liturgia della Coena Domini rievoca l’Ultima Cena, il silenzio della preghiera si intreccia con un gesto antico, fatto di pazienza e meraviglia.
All’interno del Convento francescano di Sant’Antonio, prende forma “il tappeto”: un’opera d’arte realizzata interamente con segatura colorata. Non è solo un elemento decorativo, ma un vero e proprio racconto visivo della fede, che accompagna l’altare della Reposizione tra candele, fiori e immagini sacre.

La bellezza fragile dell’effimero
Ciò che rende unico questo tappeto è la sua natura profondamente effimera. Ore di lavoro, precisione quasi rituale, mani esperte che dispongono pigmenti e segatura con cura millimetrica, tutto per creare qualcosa destinato a svanire nel giro di poche ore.
È una bellezza che non si può possedere, ma solo vivere. I fedeli e i visitatori l’attraversano con lo sguardo e con il rispetto, consapevoli che quella visione durerà lo spazio di un respiro. E forse è proprio questo a renderla così intensa: la sua inevitabile fine la trasforma in memoria condivisa.

Una storia di famiglia lunga quasi un secolo
Dietro questa tradizione si cela una storia profondamente umana, fatta di passaggi di testimone e legami indissolubili. Tutto ha inizio negli anni Quaranta, quando Attilio Fasano, insieme al pittore Candido Arenella e a un frate francescano del convento, realizza un primo tappeto utilizzando la cenere.
Da quel momento, l’arte si radica nella famiglia Fasano, evolvendosi nel tempo senza mai perdere la sua essenza. È Enrico Fasano a portarla a un livello superiore: artista sensibile e figura amatissima dalla comunità, capace di trasformare una tradizione in un vero linguaggio espressivo.
Dopo la sua scomparsa, il figlio Francesco ne raccoglie l’eredità, continuando con dedizione questo rito artistico e trasmettendolo alle nuove generazioni. Oggi, accanto a lui, i giovani Enrico e Simone imparano i gesti e i segreti di un sapere antico, assicurando continuità a una pratica che è identità collettiva.

Il Convento francescano: storia, arte e spiritualità nel cuore di Capaccio
A fare da cornice a questo rito è il Convento di Sant’Antonio, uno dei luoghi più significativi di Capaccio Capoluogo, capace di raccontare secoli di storia attraverso le sue architetture e i suoi silenzi. Situato in via Roma, nella parte alta del paese, il complesso affonda le sue radici nel Cinquecento: costruito intorno al 1500, fu distrutto dal devastante terremoto del 1682 e successivamente riedificato nel 1710.
Nel corso del tempo, il convento ha attraversato molteplici trasformazioni, diventando anche carcere, scuola, casa comunale e sede di uffici giudiziari. Un luogo, quindi, che non è stato solo spazio di spiritualità, ma anche centro vitale della comunità.
Oggi conserva intatto il suo fascino grazie al suggestivo chiostro e agli affreschi del 1764, che narrano episodi della vita di Sant’Antonio e San Francesco, offrendo uno sguardo prezioso sulla devozione e sull’arte del tempo. È proprio in questi spazi che il presente incontra il passato, creando un dialogo continuo tra memoria e identità.
Ma il convento è anche un luogo da vivere: immerso in una dimensione di quiete e raccoglimento, regala scorci di rara bellezza. Da qui, lo sguardo si apre sulla piana del Sele fino a raggiungere il mare, in un panorama che amplifica il senso di pace e rende ancora più intensa l’esperienza di chi lo attraversa.

Un patrimonio vivo del territorio
In un’Italia fatta di piccoli gesti e grandi tradizioni, il tappeto di segatura di Capaccio Capoluogo rappresenta un patrimonio prezioso. Non è un’attrazione da cartolina, ma un’esperienza autentica, capace di raccontare il territorio attraverso le mani di chi lo vive.
Qui, l’arte non si espone: accade. Si costruisce lentamente e si lascia andare, proprio come certi momenti che non si possono trattenere. E nel suo dissolversi, anno dopo anno, continua a raccontare una storia che appartiene a tutti.
Una storia fatta di fede, famiglia e bellezza. Effimera, sì. Ma profondamente eterna.


