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Un viaggio nella preistoria con le pitture rupestri di Riparo Ranaldi

6 minuti fa
Tempo di lettura: 5 min

Nel cuore della Basilicata, tra natura e antiche tracce del passato, si nasconde il Riparo Ranaldi. Le sue pitture rupestri raccontano una storia che arriva da lontano, mentre oggi il luogo continua a vivere attraverso le tradizioni del territorio.


rovine riparo rinaldi
Riparo Rinaldo, ph. Domenico Gruosso

Riparo Ranaldi: la Basilicata che non ti aspetti

Tra le montagne della Basilicata, lontano dalle grandi città e dalle principali attrazioni turistiche, si trova uno dei siti archeologici più importanti della regione. 

Immerso tra le campagne di Lagopesole e Piano del Conte, Riparo Ranaldi fa parte della contrada Carpini, più precisamente di Filiano (in provincia di Potenza), e si erge a circa 800 metri di altitudine non lontano dal torrente Bradanello. 


Il nome del sito è stato attribuito dall’archeologo che lo ha scoperto negli anni Sessanta, Francesco Ranaldi, che fu anche direttore del Museo Archeologico Provinciale di Potenza dal 1954 al 1988. Il sito è anche noto come Tuppo dei Sassi, toponimo tuttavia errato, che ha origine in alcune indicazioni non corrette che i pastori del luogo diedero agli storici del tempo. 


Nonostante la sua particolare conformazione, il Riparo è attualmente visitabile accompagnati da una guida esperta, in una camminata di venti minuti immersi nella storia e nell’arte antica. Il sito è gestito interamente dal Comune di Filiano, in collaborazione con la Protezione Civile e l’Associazione Pro Loco di Filiano. 


Riparo Ranaldi e le celebri pitture rupestri

pitture rupestri riparo rinaldi

Raggiunto il sito, si possono subito ammirare le meravigliose pitture rupestri che colorano le pareti delle rocce del Riparo. Queste tracce dal colore rosso scuro rappresentano una preziosa e rara testimonianza del passaggio dell’uomo in Basilicata. 

Si tratta di una trentina di disegni, tra cui figurano cervi, cani, figure polilobate, antropomorfi, e pettiniformi, dipinti in ocra rossa su una parete verticale alta 65 e larga 52 cm. 

Queste figure rosse mostrano come gli insediamenti umani di quest’area siano stati in grado di concettualizzare e riprodurre in forme artistiche alcuni aspetti della vita quotidiana e del rapporto con la natura. 


Le pitture sono state negli anni oggetto di numerosi studi e analisi da parte di esperti, che hanno loro attribuito diverse interpretazioni e molteplici significati simbolici. 

Biancofiore, ad esempio, vi ha individuato una scena di caccia, ipotizzando dunque la presenza di tradizioni di età tardo-mesolitica, in cui avrebbero vissuto uomini cacciatori-raccoglitori nomadi, oltre i tradizionali pastori-agricoltori della zona. 

Francesco Ranaldi invece parla espressamente di caccia organizzata tribale, con animali

colpiti o forse trattenuti al laccio, collocando ipoteticamente queste tradizioni all’interno di rituali o cerimonie simbolico-religiose. 


Gli studiosi hanno anche osservato come la rappresentazione figurativa di animali come cervi e cani ricorda in modo significativo l’arte schematica della penisola iberica, che si estende lungo l’arco mediterraneo sino alla Provenza e all’arco alpino occidentale. 

Si possono citare ad esempio la Cueva del Tajo de las Figuras, l’Abrigo principal de

Bacinete e la Cueva del Pajarraco, tutti parte del gruppo denominato Arte Sureño, che occupa l’estremo sud della penisola iberica, in Andalusia.

Vi sono anche interpretazioni più recenti. Negli anni Novanta, Edoardo Borzatti von Löwenstern (del Dipartimento di Studi di Ecologia del Quaternario, Università di Firenze), descrive un paesaggio boschivo popolato da cervi, che vengono dipinti nell’atteggiamento tipico del maschio adulto, ovvero mentre scorteccia la chioma di una quercia, a dimostrazione del possesso del territorio. Le pitture, secondo von Löwenstern, si collocano nel tardo Paleolitico o Mesolitico, e sarebbero state dipinte più volte e in diverse fasi. 


Infine, nel 2012 Antonio Affuso propone come nuova datazione il periodo successivo all’ultima glaciazione del Wurm e l’inizio dell’Olocene. Un’età caratterizzata da piogge e da più alte temperature che favorirono la diffusione di mammiferi di piccola taglia e l’antropizzazione della zona. 

Secondo lo studioso, infatti, la figura antropomorfa in alto a destra della scena esprimerebbe significati magico-religiosi che la collegano alle raffigurazioni della Dea Mater, soprattutto quelle plastiche, diffuse nelle culture pre-protostoriche dell’area mediterranea e dell’Europa continentale, come la più famosa “Venere del Gaban”.


Le pitture di Riparo Ranaldi costituiscono un patrimonio materiale davvero unico, essendo infatti le sole presenti sul territorio lucano. In Italia vi sono altri siti che custodiscono l’arte pittorica del post-paleolitico. Ne fanno parte alcuni siti dell’Italia meridionale: la Grotta dei Cervi a Porto Badisco (Otranto), la Grotta del Riposo di Rignano Garganico e la Grotta del Genovese nell’isola di Levanzo. 


Per comprendere l’importanza del sito e il suo grande valore storico, anche il famoso London News nel settembre del 1966, scrisse nelle sue pagine della scoperta del Riparo da parte dell’archeologo Francesco Ranaldi, guidato da alcuni pastori dell’agro di Filiano. Qui sotto la prima pagina del giornale. 


Per saperne di più sulle pitture di Riparo Ranaldi, è possibile consultare il volume curato da Vito Sabia e pubblicato per il cinquantesimo anno dalla scoperta del sito. L’opera raccoglie tutti gli scritti specialistici e divulgativi pubblicati sul riparo dal 1965 ad oggi, con la documentazione degli scavi condotti da Edoardo Borzatti von Löwenstern. Si trovano anche una ricca sezione fotografica, documenti inediti, quali un dattiloscritto di Francesco Ranaldi, e in appendice gli atti relativi alla costituzione della Riserva Antropologica I Pisconi, all’interno della quale si trova il sito. 


Inoltre, le pitture rupestri sono state protagoniste di un evento ricorrente per l’area di Filiano: la Sagra del Pecorino DOP, dal 1972, organizzata dal Comune di Filiano e il Consorzio per la tutela del Pecorino di Filiano, che ogni settembre vuole celebrare la specialità dei prodotti caseari dell’area con una manifestazione ricca di cibo, cultura e musica, tutto all’insegna della tradizione lucana. 


Il Pecorino di Filiano, una specialità tutta lucana

pecorino di filiano
Pecorino di Filiano, ph. ilgiornaledelcibo.it

Il Pecorino di Filiano è un formaggio tra i più caratteristici della regione Basilicata, e anche le sue origini, come quelle delle pitture rupestri, sono davvero antichissime, anzi perfino preistoriche. Le stesse pitture testimoniano la presenza di antiche civiltà dedite alla caccia, ma vi sono ulteriori tracce di attività di allevamento di animali come ovini e caprini sin dal Mesolitico (12000 a.C.). Da qui fino ad oggi la produzione casearia ha avuto una continuità storica quasi ininterrotta, che ha visto crescere le antiche masserie dei Doria (XVI° sec.) in moderne aziende agricole dei primi Novecento. 


La continuità si deve certamente alle caratteristiche ottimali del territorio, ricchissimo di pascoli a foraggere spontanee (loglio, trifoglio, veccia, festuca, avena selvatica) ed erbe officinali (origano, timo, finocchietto selvatico, malva), a cui si aggiunge la particolarità delle acque del Vulture, ricche di sali minerali per la natura vulcanica del Monte. 


Il Pecorino di Filiano è ottenuto esclusivamente da latte di pecora dei territori della Basilicata nord-occidentale, e per questo è ufficialmente riconosciuto a livello comunitario.

Si tratta della prima Dop interamente lucana, che caratterizza un territorio ricco di storia, biodiversità e tradizione.


Fonti:




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