Vendemmia nelle Marche: viaggio tra vigne e vini
a cura di Francesca Marzano
Quando settembre accende le colline e l’uva raggiunge la sua maturità, nelle Marche comincia uno dei riti più antichi della campagna. Dalle vigne del Metauro alle colline del Conero, fino al Piceno, la vendemmia attraversa paesaggi diversi e li trasforma in vini dalle molte anime.

Il tempo dell'uva
C’è un momento, tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, in cui le colline marchigiane cambiano voce.
La luce si fa più morbida, le giornate si accorciano e tra i filari l’uva raggiunge il punto esatto in cui può lasciare la vite. Al mattino le campagne si animano presto: si raccolgono i grappoli, si riempiono le cassette, i trattori percorrono le strade che attraversano le colline.
È la vendemmia, un rito che si ripete ogni anno e che, nelle Marche, ha il volto di una regione intera.
Qui la vite segue il disegno naturale del territorio: dalle colline che guardano l’Adriatico alle vallate dell’entroterra, dai paesaggi del Conero alle terre del Piceno. E ogni paesaggio lascia nel vino qualcosa di sé.
Seguire la vendemmia significa attraversare le Marche con gli occhi, prima ancora che con il calice.
Dal Metauro alle colline pesaresi
A nord, lungo la valle del Metauro, troviamo la terra del Bianchello del Metauro, uno dei vini simbolo della provincia di Pesaro e Urbino.
Nel calice: giallo paglierino, con profumi di mela, fiori bianchi e biancospino e delicate note fruttate; al palato è fresco e sapido.
È un bianco che sembra seguire la strada del Metauro: nasce tra le colline e porta con sé qualcosa della luce dell’Adriatico.
Più a sud, il paesaggio comincia lentamente a cambiare.
Nel cuore delle Marche, il regno del Verdicchio
Le colline dell’area di Jesi si susseguono morbide, tra borghi e castelli. Qui la vite ha trovato una delle sue espressioni più celebri: il Verdicchio dei Castelli di Jesi.
È un vino che sembra contenere la luce stessa delle colline.
Nel calice: giallo paglierino, con sentori di agrumi, frutta a polpa bianca, fiori e una delicata nota di mandorla; al palato è fresco, sapido e persistente.
Ed è proprio qui che il paesaggio racconta una delle particolarità della viticoltura marchigiana: una stessa regione può dare vita a vini profondamente diversi anche quando condivide uno stesso vitigno.
Lo dimostra il Verdicchio di Matelica.
A Matelica, dove il paesaggio si fa più severo
Per raggiungere Matelica bisogna lasciarsi alle spalle il mare e addentrarsi verso l’Appennino.
La valle è racchiusa dai rilievi e il clima assume caratteristiche differenti. Le forti escursioni termiche tra giorno e notte rallentano la maturazione delle uve e favoriscono freschezza, acidità e concentrazione aromatica.
Nel calice: giallo paglierino, con profumi di mela, ananas, fiori bianchi e biancospino, accompagnati da una nota di mandorla; al palato è fresco e sapido.
È sempre Verdicchio, ma racconta un’altra terra.
E forse è proprio questa la magia della vendemmia: la vite non registra soltanto il passare delle stagioni, ma anche il luogo in cui cresce.

Vendemmia nelle Marche, calice di vino 
Vendemmia nelle Marche, uva 
Vendemmia nelle Marche, uva
Quando il vino incontra il diritto
Parlare di questi vini significa parlare anche di una forma particolare di tutela.
Bianchello del Metauro, Verdicchio dei Castelli di Jesi, Verdicchio di Matelica, Lacrima di Morro d’Alba, Rosso Conero e le altre denominazioni non sono soltanto nomi scelti per distinguere una bottiglia dall’altra. Dietro ciascuna denominazione esiste un territorio delimitato e un disciplinare di produzione, che stabilisce vitigni, caratteristiche e regole produttive.
È qui che il diritto incontra la terra.
Le denominazioni di origine proteggono un nome, ma insieme a quel nome custodiscono una storia, un sapere agricolo e il rapporto tra un prodotto e il suo luogo di origine. Il patrimonio vitivinicolo marchigiano comprende oggi numerose DOCG e DOC distribuite lungo l’intera regione.
Perché nel vino il territorio non è soltanto una suggestione: è parte della sua identità e della sua tutela.
Tra il Conero e il mare
Continuando verso Ancona, le colline si avvicinano al mare e il Monte Conero appare improvvisamente.
Boschi, roccia, falesie e Adriatico fanno da cornice alle vigne del Rosso Conero, dove il Montepulciano trova una delle sue espressioni più caratteristiche.
Qui il rosso prende il posto dei bianchi luminosi.
Nel calice: rosso rubino intenso, con riflessi violacei e profumi di ciliegia, amarena, lampone e viola; al palato è fresco, sapido e tannico.
È facile immaginare il paesaggio dentro il bicchiere: il frutto maturo delle colline, la pietra del promontorio, il vento che arriva dal mare.
Poco più nell’entroterra, a Morro d’Alba, la vendemmia regala invece uno dei profumi più riconoscibili delle Marche.
La rosa nascosta nella Lacrima
La Lacrima di Morro d’Alba sorprende già al primo incontro.
Il suo nome richiama la particolare caratteristica dell’uva che, durante la maturazione, può rompere la buccia lasciando fuoriuscire piccole gocce di succo.
Ma è il profumo a renderla inconfondibile.
Rosa e violetta, poi piccoli frutti rossi e neri: il suo profilo aromatico è intenso e floreale, quasi inatteso in un vino rosso.
È una di quelle espressioni in cui il nome sembra diventare immagine e il vino quasi racconto.
Verso il Maceratese, dove la vendemmia cambia ritmo
Verso il Maceratese le colline si fanno più morbide e, avvicinandosi ai Sibillini, la vendemmia sembra rallentare. A Serrapetrona, tra vigneti e piccoli borghi, la Vernaccia nera dà vita a uno dei vini più particolari delle Marche: la Vernaccia di Serrapetrona DOCG.
Nel calice: dal granato al rubino, con profumi fruttati e floreali; al palato può essere secca o dolce, con una caratteristica nota amarognola.
Qui la vendemmia non finisce con la raccolta. Una parte dei grappoli prende infatti una strada diversa: viene lasciata appassire lentamente, mentre gli acini perdono acqua e concentrano profumi e zuccheri. È un tempo sospeso, quasi fuori stagione, che trasforma l’uva e contribuisce a dare al vino il suo carattere inconfondibile.
Così, tra settembre e i mesi che seguono, Serrapetrona custodisce una vendemmia che continua in silenzio. Un piccolo incantesimo della terra marchigiana, dove anche il tempo diventa parte del vino.
Nel Piceno, tra mare e Sibillini
Verso sud, tra le colline del Piceno il patrimonio vitivinicolo cambia nuovamente. Accanto al Rosso Piceno e al Falerio, il territorio di Offida è legato a due bianchi che hanno conquistato una forte riconoscibilità: Passerina e Pecorino. Nel disciplinare dell’Offida DOCG, le due tipologie sono distinte anche dal loro profilo sensoriale.
La Passerina è luminosa e fresca. Al naso arrivano la frutta a polpa gialla e gli agrumi; il sorso è fresco, minerale e persistente.
Il Pecorino ha invece una voce più intensa: fiori bianchi, ananas, anice e salvia accompagnano un sorso fresco, sapido e minerale, dalla lunga persistenza.
Due vini bianchi, due modi diversi di interpretare le stesse colline.
E poi ci sono i rossi, più profondi, che trovano nel Rosso Piceno e nell’Offida Rosso alcune delle espressioni più rappresentative della parte meridionale della regione. Il disciplinare dell’Offida DOCG lega infatti la denominazione alle tre tipologie Pecorino, Passerina e Rosso, quest’ultima basata principalmente sul Montepulciano.
Quando le vigne si fanno silenziose
Poi arriva il momento in cui le cassette lasciano i filari.
Le vigne, svuotate dei grappoli, rimangono immerse nella luce più bassa dell’autunno. Le foglie iniziano lentamente a cambiare colore e nelle cantine comincia un’altra stagione, fatta di fermentazioni, attese e trasformazioni.
Quello che rimane fuori è il silenzio.
Quello che comincia dentro è il vino.
Dalle colline del Metauro al Conero, da Matelica al Piceno, ogni bottiglia porterà con sé qualcosa del luogo da cui proviene: una brezza, un terreno, un’esposizione, una stagione, il lavoro di chi ha curato la vigna.
È questa la magia della vendemmia nelle Marche: raccogliere l’uva significa, in qualche modo, raccogliere un paesaggio.
E mentre nelle cantine il nuovo vino comincia lentamente a prendere forma, a Serrapetrona una parte di quella vendemmia intraprende un cammino ancora diverso.
Quello dell’appassimento.


