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Lo zammù a Palermo: il mondo dell’Anice Tutone

a cura di Maria Antonietta Calabrese

La storia dell’anice è antichissima. Arriva in Sicilia con i popoli orientali che, nel corso dei secoli, hanno importato nuovi usi e sapori, impreziosendo tradizioni già esistenti nell’Isola. A questo viaggio, nel 1813, si unisce anche la famiglia Tutone, cognome destinato a indicare un prodotto unico, simbolo del tempo libero palermitano, che sopravvive nelle immagini, nei ricordi e nelle ricette custodite da generazioni. 


Ingresso fabbrica Anice Tutone

L’anice: il viaggio verso l’Occidente

Liquori e distillati aromatizzati all’anice esistono da secoli in diversi paesi, dall’Ouzo greco all’Anisado spagnolo. Il liquore siciliano a base di anice è chiamato zammù, termine dialettale di origine araba che sembra derivare da zambuco, cioè ‘sambuco’. Quello importato dagli arabi, infatti, era un distillato di semi e fiori di sambuco. Col tempo, l’essenza rinfrescante di questa bevanda è stata sostituita dalla distillazione dei semi di anice stellato (Illicium verum) o anice verde (Pimpinella anisum). Già impiegate dalle prime civiltà per le loro qualità curative e piacevoli, entrambe le piante arrivano dall’Oriente e in Sicilia crescono spontaneamente. 


Lo Zammù a Palermo: l'Anice Tutone dal 1813

A un certo punto l’alcol e i semi di anice stellato si incontrano anche in Sicilia e i dettagli di questo incontro vengono scritti a mano su un quadernetto che, dal 1813, è custodito dalla famiglia Tutone.

Lo zammù veniva preparato nella drogheria di famiglia a Palermo, nell’odierna Piazza Rivoluzione, ma è dopo la seconda guerra mondiale che la produzione artigianale dell’anice Tutone si sposta in via Garibaldi, all’interno del Palazzo Aiutamicristo. Qui prende forma un prodotto che da tanto tempo è sinonimo di freschezza, grazie all’immancabile aroma tra i preferiti dai palermitani, formidabili distributori di caramelle all’anice! Si può dire che anche Tutone sia sinonimo di anice e a buon diritto, dato l’impegno della famiglia nel custodire per sette generazioni il segreto di un prodotto unico, perpetuando un’importante tradizione.


Un marchio storico diventa patrimonio culturale 

Diversi marchi e aziende a conduzione familiare, con la loro storia, stanno assumendo un ruolo culturale fondamentale, proponendosi come strumento di lettura del passato delle città. Oggi la fabbrica Tutone è anche un museo che espone materiale d’epoca: dalle prime bottiglie fabbricate agli strumenti di produzione, passando per le locandine pubblicitarie in stile Art Nouveau che restituivano l’immagine di un Mediterraneo felice, popolare e solare. 


Un’immagine per l’Anice Tutone 

Se l’anice Tutone si inserisce tra i prodotti tipici palermitani lo deve anche alla sua immagine. Infatti, un po’ come lo Strega per Benevento, con la sua identità riconoscibile è parte delle case e dei luoghi della vita sociale cittadina. Identità strettamente legata al territorio, in quanto sull’etichetta figura il nume tutelare della città, il Genio di Palermo. Ma prima del Genio, le etichette erano quadretti eleganti con motivi floreali e ventagli dorati, racconto illustrato di una Palermo che voleva apparire moderna e internazionale, senza carretti e teste di moro. Adottando i linguaggi visivi di inizio Novecento, gli oggetti d’epoca e le grafiche pubblicitarie testimoniano i cambiamenti estetici nel modo di rappresentare un prodotto strettamente legato al territorio. 


Zammù: d’inverno riscalda, d’estate disseta…  

C’è stato un tempo in cui a Palermo si beveva acqua e zammù nella stessa misura in cui oggi si ordinano gli spritz. Entrambi possono essere definiti piccoli rituali sensoriali, legati anche ad attimi di convivialità, e tuttavia differenti: uno è ben radicato nelle memorie dei palermitani, l’altro è legato a un consumo ormai quotidiano che spesso e volentieri è condiviso virtualmente. Come era scritto sulle locandine, l’anice Tutone d’inverno riscalda, d’estate disseta, perché da sempre, in Sicilia, viene consumato principalmente in due modi.

I bar, storici e non, lo tengono ancora esposto in tutta la sua trasparenza, e qui veniva servito a chi ordinava il “mezzo e mezzo”, un caffè corretto così chiamato per l’eguale presenza di caffè e anice nella tazzina. Oppure, specialmente d’estate, viene diluita qualche goccia di anice in un bicchiere d’acqua e il risultato è una bevanda fresca e dissetante. 


Essendo stato a lungo protagonista di un breve ma intenso rituale, l’anice apre a una riflessione sul modo in cui venivano vissuti gli spazi pubblici e le relazioni, anche minime. Per esempio quella con l’acquavitaio, senza il quale questo rituale non poteva avere inizio. Oggi un’iconica bottiglia e un sapore altrettanto inconfondibile ci avvicinano a un passato caratterizzato da dinamiche di incontro diverse da quelle attuali e al quale, grazie alla storicizzazione compiuta dai musei, cominciamo ad approcciare con atteggiamento di studio e ricerca.


Info utili:

Dove: Via Garibaldi n. 41, 90133, Palermo (PA)


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